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Busta paga, un lavoratore a Milano guadagna il 130% in più di un dipendente nel messinese. Ecco i dati

Secondo la Cgia, a Milano lo stipendio di un dipendente privato pesa più del doppio rispetto alla busta paga di chi lavora a Messina

Oltre 17mila euro in meno in un anno, ovvero 1.450 euro in meno al mese: questa è la differenza che c’è tra lo stipendio medio lordo di un dipendente privato che lavora a Messina e uno che lavora a Milano. E’ quanto emerge da un report dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre su dati Inps e relativo al 2021.

Nello specifico nella Città metropolitana di Milano la retribuzione media lorda è di 31.202 euro, a Messina invece di 13.802 euro. In sostanza nella capitale economica del Paese un ipotetico lavoratore dipendente, due anni fa, percepiva mediamente quasi il 130 per cento in più di un collega occupato nella città o nella provincia messinese. Più del doppio. Si dirà: il costo della vita al Nord è diverso che al Sud, ma l’aumento della benzina, del gas, della luce è dappertutto.

La retribuzione media lorda nei comuni del messinese è anche inferiore di 8mila euro rispetto alla media nazionale, corrispondente a – 37%. Nella graduatoria Messina è al 96° posto su 103 province. L’ultima in tutta Italia è Vibo Valentia. Tra le siciliane solo nelle province di Ragusa, Agrigento e Trapani si guadagna meno che nel messinese. Palermo e Catania più o meno si equivalgono, lo stipendio annuo lordo medio è di circa 16.300 euro.

Numeri che ripropongono una vecchia questione: gli squilibri retributivi presenti tra le diverse aree del nostro Paese, come, ad esempio, tra Nord e Sud, ma anche tra le aree urbane e quelle rurali.

“Questione – scrive la Cgia nel suo report – che le parti sociali hanno tentato di risolvere, dopo l’abolizione delle cosiddette gabbie salariali avvenuta nei primi anni ’70 del secolo scorso, attraverso l’impiego del contratto collettivo nazionale del lavoro (Ccnl). L’applicazione, però, ha prodotto solo in parte gli effetti sperati. Le disuguaglianze salariali tra le ripartizioni geografiche sono rimaste perché nel settore privato le multinazionali, le utilities, le imprese medio-grandi, le società finanziarie/assicurative/bancarie che – tendenzialmente riconoscono ai propri dipendenti stipendi molto più elevati della media – sono ubicate prevalentemente nelle aree metropolitane del Nord”.

“Le tipologie di aziende appena richiamate, infatti, – prosegue la Cgia di Mestre – dispongono di una quota di personale con qualifiche professionali sul totale molto elevata (manager, dirigenti, quadri, tecnici, etc.), con livelli di istruzione alti a cui va corrisposto uno stipendio importante. Infine, non va nemmeno scordato che il lavoro irregolare è diffuso soprattutto nel Mezzogiorno e da sempre questa piaga sociale ed economica provoca un abbassamento dei salari contrattualizzati dei settori (agricoltura, servizi alla persona, commercio, etc.), ubicati nelle aree interessate da questo fenomeno. Tuttavia, se invece di comparare il dato medio tra aree geografiche diverse lo facciamo tra lavoratori dello stesso settore, le differenze territoriali si riducono e mediamente sono addirittura più contenute di quelle presenti in altri paesi europei”.

“Pertanto – conclude l’associazione – possiamo dire che in Italia le disuguaglianze salariali a livello geografico sono importanti, ma, grazie a un preponderante ricorso alla contrattazione centralizzata, abbiamo differenziali più contenuti rispetto agli altri Paesi. Per contro, la scarsa diffusione in Italia della contrattazione decentrata – istituto, ad esempio, molto diffuso in Germania1 – non consente ai salari reali di rimanere agganciati all’andamento dell’inflazione, al costo delle abitazioni e ai livelli di produttività locale, facendoci scontare anche dei gap retributivi medi con gli altri paesi molto importanti”.

(Marta Galano)

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