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domenica, Settembre 19, 2021
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Ospedale di Taormina: una sola eccellenza non può bastare

 

° Riflessione di Valentina Caminiti

Ospedale di Taormina – Oltre 12 ore estenuanti di lavoro. Senza pausa. Si avvicina a me e alla mia “compagna di sorte” per un day hospital mancato. Siamo state ricoverate dopo ore di attesa nel tardo pomeriggio,  senza camice, all’uscita principale dell’ospedale S. Vincenzo di Taormina. Bionda, composta, elegante, professionale. Bella. «Sono mortificata, non sapevo come dirvelo se vi avessi incontrato nei corridoi, manca personale, mancano diversi medici, già da tempo. Faccio doppi turni e reperibilità. Non c’è un attimo di tregua». Si giustifica così, con grande umiltà e umanità la dottoressa V. Arancio del reparto di Ostetricia e Ginecologia del Sirina, coordinato dal dott. Di Nuzzo, il primario dolce e buono come un papà. Ospedale, giustamente preso d’assalto da una “immigrazione sanitaria” dovuta all’inefficienza di altri reparti materno-infantile delle altre province siciliane. Per la presenza di un grande reparto di cardiologia pediatrica, per la gentilezza e professionalità che contraddistingue il personale che ci lavora. Sono sempre di più le mamme che scelgono, per motivi di salute e per salvaguardare i propri neonati, di partorire nella capitale del turismo siciliano. C’è Julia, ventinovenne, di origine rumena, che viene dalla Calabria; è stata caldamente invitata persino dagli ostetrici della sua regione a recarsi a Taormina, dove il reparto di pediatria è davvero un’eccellenza del Sud. Mentre fuori infuriano venti di fuoco che anneriscono i pochi boschi rimasti, la polvere scende come fiocchi grigi e si posa nei terrazzini su cumuli di cenere dell’Etna. C’è Micaela di 38 anni, che viene da Giarre, altra realtà ospedaliera sottratta ad un territorio vastissimo e ad un altrettanto vastissima utenza che, oggi, si appoggia a Taormina. Fa la videochiamata con il compagno messicano parlando in spagnolo, prima gravidanza, cesareo d’urgenza. E poi ci sono le visite ordinarie, i day hospital, che vengono inseriti per effettuare controlli e interventi di routine, ma che richiedono tampone, prericovero e ricovero. Può succedere, però, che le pazienti meno gravi vengano dimesse dopo ore estenuanti di attesa, con l’ago inserito già nel braccio, pronte a ricevere la flebo e l’anestesia, con il camice monouso pronto per essere indossato, col braccialetto con già scritta la data di un intervento che non viene effettuato. Alle 20,30 «gli anestesisti non ne vogliono più sapere di fare altri interventi meno urgenti, vi riprogrammeremo prossimamente» afferma con rammarico il dott. Tripodi, che è subentrato nel turno serale dopo la dottoressa bionda. Non bastano, mettono tutto l’amore e la professionalità; e ci mettono la faccia. Ma non è colpa loro. La loro eccellenza non basta per tutti.  Con gli anni sempre più reparti resteranno carenti di personale medico. I test di ammissione alla facoltà di Medicina sono un grossissimo ostacolo all’accesso alla professione in Italia. E poi, non tutti faranno i medici, non tutti sceglieranno di coprire le figure di cui c’è più bisogno. E, quel che è ancora peggio, non tutti sceglieranno di lavorare in Italia, andando a portare la propria eccellenza all’estero. La pandemia ha mostrato la grave carenza di organico che è già una realtà ordinaria.  Non sarebbe, dunque, il momento di incrementare quantomeno i posti nelle facoltà di Medicina e delle professioni sanitarie?

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