Nel racconto mitologico Narciso era un giovane bellissimo che si innamorò della propria immagine riflessa nell’acqua di un lago e, non riconoscendosi, si gettò dentro e vi annegò. Il senso di questo racconto dimostra chiaramente come non si possa essere felici basandosi sul culto di sé, ma oggi sono sempre più numerosi coloro che ricercano la felicità nel proprio “io”. Si fa di tutto per restare concentrati su se stessi, arricchirsi con l’apporto esterno, evitando quanto potrebbe allontanare dal proprio cerchio, dove l’uomo resta il padrone assoluto e possiede in modo ossessivo ciò che gli gira attorno.
Questa forma di patologia porta a procurarsi la felicità da soli, in autonomia ed autosufficienza, sottomettendo gli altri ad un ruolo di ripiego, subalterno e di convenienza. Questa chiusura ermetica in se stessi sembra che adesso stia aumentando particolarmente nella nostra società, sorpresa da vari tipi di paure e desiderosa di realizzare immediatamente un benessere a misura del proprio “io” senza tenere in considerazione il mondo circostante. Si osserva l’elevarsi di muri e barriere, se non fisicamente di certo a carattere culturale, psicologico e relazionale, tra i confini personali, proiettati di conseguenza sul piano familiare e sociale, nazionale ed internazionale. L’espansione dell’io permette di diventare protagonisti interessati quando si tratta della mia famiglia, la mia casa, la mia squadra, la mia carriera, la mia sicurezza, la mia salute, la mia realizzazione, il mio successo, il mio libro, il mio tempo.
La mancanza dello spirito di sacrificio determina una società distaccata, utilitaristica, competitiva e conservatrice, preoccupata di difendere le posizioni acquisite, di tutelare l’egocentrismo e di sostenere l’ambizione solitaria in qualsiasi luogo, a scuola, nel lavoro, nell’arte, nello spettacolo, nello sport, nella politica. La sofferenza, quando sopraggiunge, condiziona la felicità e comporta una revisione della propria esistenza, una ricerca alternativa che non riesce ad integrarsi con l’egoismo perché è meglio essere in due e condividere il peso delle difficoltà. Su questa terra è vera illusione l’esaltazione dell’io per raggiungere la felicità, l’assolo è per un momento transitorio e fuggevole, il recinto esclusivo si sgretola davanti alle aggressioni, alle violenze e alle contaminazioni di questo mondo.
L’amore di sé può giocare brutti scherzi e lasciare amarezze, ferite, lacerazioni dell’anima che non si risanano facilmente e mettono in continuo stato di allerta, di sospetto, di timori tali da rendere il cammino della vita pieno di ostacoli, senza il gusto dell’esperienza comune, della solidarietà, dell’aiuto reciproco. Per evitare il rischio di annegare nel mare della sofferenza pervasiva e delle tentazioni individualiste occorre ridimensionare l’autocompiacimento, riconoscendo il valore della relazione e la forza della comunità.


